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La settimana Santa - La Madonna Addolorata - La Cena - Il Venerdì Santo - Il Sabato Santo

La Settimana Santa

La Settimana Santa è molto attesa dai Noceresi, più della stessa festa patronale, per gli usi e riti che essa comporta; infatti: “La Passione di Cristo si svolge con un sentimento davvero mistico e con funzioni non meno solenni che escono fuori dalle ordinarie manifestazioni dei nostri paesi, così che, mentre in quasi tutti i centri calabresi le gramaglie più fitte velano le teste delle donne in segno di lutto, a Nocera le toilettes più sgargianti, le vesti più ricche, i paramenti più sfarzosi sono indossati in quella circostanza, perché è festa, non è lutto; è la festa della Redenzione di Cristo, è la festa della pace” (Luciano Rossi: Riti pasquali caratteristici delle genti di Nocera Terinese, estr. da “Calabria Letteraria” anno XV, marzo-aprile-maggio 1967, n.5-6-7, pag.48).





Essa ha inizio con la Domenica delle Palme. I fedeli radunati nella Chiesa di San Giovanni Battista, in corteo processionale raggiungeranno il Calvario : qui il sacerdote benedirà i fasci di ulivo , di alloro e le parmavera (palme bianche intrecciate in varie forme). E' tutto un vocio, un frusciare di rami, un'aria allegra, com'era allegra la gente quel giorno quando quell'uomo entrò a Gerusalemme. Dopo la benedizione, ricomposto il corteo si ritornerà in chiesa e si celebrerà la Santa Messa. Dopo la Domenica delle Palme, da lunedì comincia una lunga attesa.



Martedì Santo, nel pomeriggio, conclusa la liturgia delle Quarantore, durante la quale viene esposto il Sacramento, ha inizio nella Chiesa dell’Annunziata la cerimonia del Cireneo, articolata su una lunga serie di preghiere che hanno come motivo le sofferenze della Passione di Cristo. Il Cireneo, è memoria storica di quell'uomo, un umile agricoltore, che aiutò Cristo a portare la croce. La cerimonia molto suggestiva, rappresenta il confratello che porta la Croce dei peccati degli altri e, in questo senso, la cerimonia è quasi la continuazione ideale della funzione che si svolgeva nel XIV e XV secolo ai tempi delle confraternite. Al termine, viene esposta sui gradini dell'altare una grande Croce, sulla quale sono dipinti gli strumenti della Passione: i chiodi, la corona di spine e la scritta I.N.R.I.. Il cerimoniale del Cireneo si conclude con una breve processione, quando è già sera, dalla Chiesa dell'Annunziata a quella di San Giovanni Battista dove verrà reposto il Sacramento. Si è ormai entrati nella Settimana Santa, e nell'aria si avverte qualcosa di diverso dai soliti giorni. Il senso di un incontenibile atto di amore che sta per essere offerto. Quando la gente torna verso le proprie abitazioni, martedì sera, sa già che il giorno successivo, sarà un giorno di grande emozione.

contenuti tratti dal libro "Oje è vennere Santu..."
a cura di Antonio & Giovanni Mendicino



La Madonna Addolorata

Ed eccolo, il mercoledì. Al mattino molti fedeli, giovani e anziani, sono pervasi da una strana fretta. Devono recarsi in chiesa, all'Annunziata, al più presto. Quel mattino, "caccianu a Madonna", che vuol dire che viene esposta la Statua della Pietà, o dell'Addolorata come viene riconosciuta dai noceresi, da un anno racchiusa in una nicchia velata. Il sepolcro allestito sull'impalcatura centrale, presenta sullo sfondo uno scenario raffigurante il Golgota, viene adornato con fiori, candele e i caratteristici piatti. Questi, sopravvivenza dei pagani "Giardini di Adone", vengono preparati dalle donne noceresi, nei primi giorni di quaresima, facendo germogliare in luoghi non illuminati semi di grano, orzo, ceci immersi in uno strato di stoppa o cotone. Dal momento dell'esposizione della Statua, comincia un "via vai" senza sosta verso la chiesa. Chi si ferma un solo un attimo, chi consacra alla Vergine un'intera giornata di preghiera e raccoglimento, altri partecipano alla veglia notturna, per elevare preci, per meditare i misteri della Passione e Morte di Cristo e preparare il cuore contrito al grande Annunzio della Resurrezione. Chi porta mazzi di fiori, chi altri piatti, chi olio, chi regali in oro, chi la propria devozione. Sono, i noceresi, piccole onde attratte alla riva. Quella Madonna è un richiamo, a volte forte, a volte sottile, quando suadente, quando imperioso. E' la Madonna dei noceresi, amata, desiderata, aspettata, sempre nominata. Eccola: il viso roseo, il pesante mantello scuro a coprire i capelli, gli occhi al cielo rivolti, una mano sul petto come a toccare il dolore, l'altro braccio aperto, con le dita protese, come per resa, come segno di obbedienza. Porta con sé il Figlio deposto dalla Croce, il corpo inerme, martoriato, le ginocchia piegate, i capelli bagnati, la bocca rimasta socchiusa nell'ultimo respiro.
Nella penombra, un senso di mistero, impercettibile, avvolge menti e cuori. In quell’atmosfera particolare ci sono momenti di silenzio assoluto, con i fedeli che pregano, ognuno dentro di sé. Quel silenzio parla. E racconta. Del dolore di Gesù e della Madre. E delle pene, delle paure e delle attese di ognuno. Poi, ogni tanto, un vociare sommesso, la recita del Rosario. E i canti in dialetto nocerese, alcuni dei quali ben scolpiti nella memoria di molti. Antiche laudi, nenie tristi, che parlano della Passione e della Morte di Gesù. Due sono conosciute più delle altre, "Ciancia ciancia Maria" (“Piangi piangi Maria”) e "Ben truvatu lignu siccu" (“Ben trovato legno secco”, dove il legno secco è la Croce). Dal punto di vista artistico, la Statua, di forte impatto emotivo, anche per il forestiero che la vede per la prima volta, è un gruppo ligneo del '600, di chiara scuola napoletana. A Nocera, sin dalla più tenera età, si cresce con un senso di devozione, verso questa Madonna. Il nome dello scultore è rimasto nei secoli sconosciuto. Forse per disegno divino, per non dare neanche una sorta di appartenenza artistica a questa Madonna che, davvero, è di tutti. Un'antica leggenda, da sempre alimentata dai fedeli, narra che a scolpirla fu un pastorello. E narra ancora, con soavi contorni di favola, che ad opera conclusa, dinanzi a tanta espressività, il pastorello, in un moto di pena, disse: "Cumu t'haiu fattu pietusa, Madonna mia" e la Madonna rispose "E si daveru mi vidie, cchiù pietusa mi facie".

contenuti e fotografie tratti dal libro "Oje è vennere Santu..."
a cura di Antonio & Giovanni Mendicino



La Cena

Giovedì Santo nella Chiesa di S. Giovanni, alle ore 19, si celebra la Messa in Coena Domini durante la quale si consacra l’ostia per il “Sepolcro” e si distribuisce la Comunione. Durante la celebrazione della Messa, dopo l’omelia, si procede alla lavanda dei piedi degli Apostoli che vengono rappresentati da 12 uomini, i quali indossano un camice bianco legato alla vita da un cordone e in testa una corona di spine. Dopo la Comunione dei fedeli, nella navata si svolge una breve processione, accompagnata dalla trocca , per reporre l'Ostia Consacrata sull'Altare della Reposizione situato nella Cappella del Sacramento. Finita la Messa asportati dagli altari i paramenti sacri, le immagini di Cristo Crocifisso coperte con stole viola in segno di lutto, si distribuiscono i pani, tortani benedetti che vengono offerti agli Apostoli dal parroco. Quel pane benedetto entra nelle case di Nocera, e per molti averne un pezzo è come averlo direttamente dal Cielo. Una volta, quando vi erano più parroci, il pane veniva offerto a turno dalle diverse parrocchie e alle autorità presenti venivano offerti, oltre al pane benedetto, pasticcini e liquori. Questo uso non si verifica più.

contenuti tratti dal libro "Oje è vennere Santu..."
a cura di Antonio & Giovanni Mendicino

Il Venerdì Santo

E' ormai sera, la gente (vecchi e ragazzi, musicanti e portantini) affluisce ara Nuzziata. E' il momento dell'uscita della Madonna. Quando si apre la pesante porta di legno, è lì che tutti quanti volgono lo sguardo. Esce per primo un fratello. E’ vestito come gli altri fratelli portantini. Tiene alta con le mani una grande Croce nera, la stessa della liturgia del Cireneo. Precederà la processione, lontano dalla Madonna che non dovrà mai vedere. Tra il prete e la Croce si inserisce un crocifisso, sostenuto da un giovane che indossa una mozzetta turchese e una corona di sparacogna; testimonianza, forse, della partecipazione alla processione di più confraternite. E’ il segnale: vuol dire che i fratelli che portano ‘a Madonna sono pronti, fra poco comincerà la processione. I fratelli, li riconosci subito: un lungo camice bianco, alla vita un cordone, in testa una corona di sparacogna: un’immagine indissolubile nel tempo. A questo punto, il maestro chiama i musicanti, i fotografi preparano tempi e diaframmi, le vecchine portano le mani incrociate al petto. Pian piano affiora quella figura attesa e ben conosciuta, quante volte pensata nel corso dell'anno, quante volte nominata nelle case. Eccola: il viso roseo, il pesante mantello scuro a coprire i capelli, gli occhi al cielo rivolti, una mano sul petto come a toccare il dolore, l'altro braccio aperto, con le dita protese, come per resa, come segno di obbedienza. Porta con sé il Figlio deposto dalla Croce, il corpo inerme, martoriato, le ginocchia piegate, i capelli bagnati, la bocca rimasta socchiusa nell'ultimo respiro. No, non è una divinità astratta, questa Madonna, per i noceresi: è persona vera, viva, esistente. Nei pensieri, come nei dialoghi. Quando compare fuori dalla chiesa, un tremito percorre la piccola piazza. La banda intona la Ione, greve, sferzante. Alle finestre s'affaccia qualche luce, sui visi scende qualche lacrima, nei cuori riaffiorano ricordi, in qualche sguardo qualche immagine. L' Addolorata si sofferma sul davanzale, poi scende lenta la breve e corta scaletta di marmo. I fratelli la conducono giù. Gli zigomi si contraggono per lo sforzo, le spalle si irrigidiscono, le mani cercano la presa sulla balaustra, i piedi scovano un appoggio, l'angolo giusto in quegli stretti scalini. Giunta nei pressi della chiesa, la Madonna viene fatta sostare nell'ingresso, dove viene collocata su un tavolo, dietro una porta chiusa. Comincia, a quel punto, la Predica di Passione, una liturgia affidata ad un predicatore forestiero, che "percorrerà" tutte le stazioni della Via Crucis, mostrando statuette che ne raffigurano i momenti particolari. "Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca" . Il momento culminante della cerimonia è quando il predicatore “chiama” la Madonna. "Vieni, o Maria, Madre del pianto, vieni a prendere tuo Figlio", grida, implora, impone, comanda. E la voce risoluta sembra rimbalzare nella navata e sui vetri, tra le colonne e i chiarori. Il portale viene spalancato e la Madonna portata in processione in chiesa. Al suo passaggio, dalle fila dei banchi si allungano braccia, s'incrociano sguardi commossi. Il predicatore poggiando un crocefisso sulla Statua ricorda la profezia di Simeone, quando Gesù venne presentato al Tempio : "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele… e anche a Te una spada trafiggerà l'anima". Poi, la Statua della Madonna viene fatta uscire dalla chiesa e riportata all’Annunziata. E' andato scomparendo negli ultimi anni, il gruppo di uomini che si ritrovava a cantare a squarciagola laudi di Passione durante il percorso. Dimostrazione, dell'aria di festa che si è sempre respirata durante la processione, ben lontana, se si escludono i casi personali di patimento e di sofferenza di ognuno, dalla riflessione religiosa che il momento imporrebbe. E’ mezzanotte, ma non c’è stanchezza, nè sonno, tra la gente. E come potrebbe dopo un anno di attesa? La Madonna è ormai rientrata, tutti ritornano alle proprie dimore. L’appuntamento è per il giorno seguente.

contenuti tratti dal libro "Oje è vennere Santu..."
a cura di Antonio & Giovanni Mendicino


Il Sabato Santo

Quando rispunterà il sole, finalmente, giungerà il giorno dell’anno: Sabato Santo, il giorno della Madonna, della processione, dei vattienti. La mattina in paese, un po' alla volta, si riversa una grande folla. Macchine e pullman in sosta si sgranano per più di un chilometro oltre le prime case. Scendono dalle contrade, salgono dalla Marina, arrivano curiosi un po' da tutte le parti, fotografi , cine-operatori, cronisti, a volte qualche scuola, qualche gruppo di ricerca, qualche “team” culturale. Quando l'Addolorata esce dalla chiesa al suono della Jone il gran giorno è ormai cominciato. La processione, così, si dipana, lenta, per le vie del paese. Il percorso iniziale è uguale a quello della sera precedente: dalla Chiesa dell'Annunziata a quella di S. Giovanni. Mentre la gente, tanta gente, continua ad affluire. La "poesia" , invece, resta quella di sempre, intatta. Visi che fanno capolino dai balconi, gente che si apre ai lati della strada per fare spazio alla banda che precede la Statua, persone che da lontano cercano, tra visi fitti, tra i segnali e le insegne, dietro le curve, a tutti gli incroci, lo spuntare di quel viso rivolto al cielo, di quelle mani, di quel mantello scuro, di quel corpo ferito adagiato sulle sue ginocchia. La Madonna ogni tanto devia, entra nei vicoli, si ferma davanti a qualche abitazione, i suoi occhi penetrano ogni porta, ogni fessura. La "poesia" è quella di sempre: lacrime nelle case a lutto, bambini che vengono alzati a toccarla per un contatto, una benedizione, una richiesta di protezione. Ma le emozioni non sono finite. Un altro cerimoniale, intanto, si sta svolgendo: il rito dei Vattienti. In un locale, 'u catuoiu , già pronta, c’è una grossa pentola, 'a quadara. Acceso il fuoco, viene messa a bollire dell’acqua con immerso un infuso di rosmarino, sostanza ad alto valore medicamentoso. Chi sarà vattente si spoglia degli abiti civili per indossarne altri del tutto particolari: un paio di pantaloni corti per lasciare libere le gambe, un maglione, in genere nero, un copricapo di tessuto nero, 'u mannile portato dalle donne noceresi in costume ed infine una corona di sparacogna , arbusto spinoso che cresce in luoghi ombrosi delle campagne noceresi, adagiata sul mannile. Fino agli anni trenta il mannile scendeva sul viso tanto da non farsi riconoscere. Contemporaneamente si prepara anche colui che farà da acciomu, generalmente un bambino. Nudi i piedi, indossa solo un panno rosso che lo copre, partendo dalle ascelle, fino alla caviglia, lasciando scoperte le spalle e la parte alta del torace. In testa una corona di spine lunghe ed aguzze , spina santa. Alle mani una croce di canna rivestita di stoffa, anch’essa rossa. La croce simboleggia quella che venne offerta a Gesù, dopo essere stato schiaffeggiato e insultato. Vengono disinfettati: il cardo , disco di sughero di dieci centimetri di diametro e tre di spessore, sul quale sono fissati con una colata di cera vergine tredici pezzi di vetro acuminati, lanze, simboleggianti Cristo e i dodici Apostoli; la rosa, altro disco di sughero delle stesse dimensioni, con un lato ben levigato. Quando vattente ed acciomu hanno terminato la vestizione, vengono “uniti” l'uno all'altro da una cordicella: il vattente, in quel momento, dovrebbe rappresentare il mezzo di cui Gesù Cristo si serve per versare il proprio sangue a favore di chi dovrà avere (o ha già avuto) la grazia. Tutto ormai è pronto e si può cominciare. A piedi nudi si avvicina al recipiente dove sta l’infuso caldo, vi bagna le mani e incomincia a battere con veemenza i polpacci e le cosce, facendo uso anche della rosa per far meglio affluire il sangue. Quando le gambe sono ben arrosate, è il momento del cardo. Ed ecco un primo colpo, poi un secondo, un terzo, sulla coscia, poi sul polpaccio, poi sull’altra gamba. Le lanze penetrano nella carne ed il sangue schizza via abbondantemente. Ormai, il vattente è pronto per uscire: con la rosa lascia l'impronta del suo sangue sul petto e sulle spalle dell' acciomu. Li accompagna un amico o un parente con una fiasca piena di vino usato per disinfettare le ferite ed evitare la coagulazione. Finita la preparazione, il flagellante, con le braccia incrociate e portando nella mano destra il cardo e nella sinistra la rosa, esce dopo essersi battuto sui gradini della propria casa, in segno di augurio e di prosperità. Lascia, con la rosa, le impronte di sangue sugli stipiti e sulla porta. Poi scappa, sempre seguito da una caterva di ragazzi e di giovani i quali gridano: “i vattienti, i vattienti”. La grande giornata è ormai cominciata: si batte diverse volte, davanti ai sacrati delle chiese, alle icone votive, davanti a casa di parenti ed amici che si affrettano a versare vino sulle ferite esprimendo il loro coinvolgimento e partecipazione al rito, la rosata sullo stipite suggella il sentimento di stima e d' amicizia. Il momento più emozionante, però, è quando si flagella davanti all'Addolorata: la scorge da lontano, incomincia a forzare l’andatura della corsa, la gente si “apre” in modo da lasciargli libero il passaggio, finalmente raggiunge Maria, s'inginocchia ai suoi piedi in segno di saluto e di fede, qualche volta prega, poi si rialza e si vatte violentemente. S'inginocchia una seconda volta, rifà il segno della croce e ricomincia la sua corsa. E corre il vattente, e le orecchie avvertono nuovi rumori, le piante dei piedi sbattono al suolo. Corre e s'intrufola tra la gente che gli fa largo, lascia il passaggio. E campeggiano, da lontano, la croce rossa e i lembi al vento. E poi sono due, dieci, venti, e ancora vattienti. E tante croci. Solitarie o insieme. Strade, vineddre e rughe ne sono invase. Corre il vattente, da un capo all'altro del paese (fadi u giru, si dice). E si ferma sui sagrati delle chiese e si vatte, si ferma davanti ‘a casa ‘e l'amici e si vatte, si ferma davanti ‘a casa di parienti e si vatte. E lo vedi correre per le discese, veloce, poi lo vedi affannato e stanco per le salite; si dirige verso il Convento, il punto più alto di tutto il paese: il rischio e la sfida. Poi, però, di nuovo è discesa, e tutto è passato. Nel suo cammino, il vattente, almeno una volta deve incontrarsi con la Madonna. Ogni anno è così. Compiuto il percorso stabilito, fa ritorno a casa, lava le ferite con l'infuso di rosmarino, asciuga le gambe e si rimette in abiti civili. Nessuna cicatrice, nessun pericolo di infezione: restano soltanto i bucherelli prodotti dalle cardate che scompariranno dopo pochi giorni. "...incredibile, ma vero, nessuna traccia di ferita appare sulle membra, certamente indolenzite, di costoro, e mai è stata registrata una magari insignificante infezione" scrive Luciano Rossi nel 1967. Poi, il vattente, si butta anch’egli nella folla dei fedeli in processione. Stavolta anonimo figurante. Si sente diverso, più buono, purificato, come scrollatosi di una lunga snervante attesa. Non ci sono commenti, tra lui e chi sa che ha appena espletato il rito. Solo un silenzio complice e, da parte dell’osservatore, di assenso, di tacito complimento, quasi di ringraziamento per essere stato ancora una volta presente al richiamo della festa e della Madonna.
Nel vivo del grande giorno:La Madonna giunta in Piazza San Giovanni., riceve gli onori dell'incenso dall'arciprete e visita il Sepolcro nella Chiesa Matrice. Poi, pian piano, si entra nel "vivo" della festa. Quando la Statua è in piazza, i vattienti aumentano e se ne cominciano a vedere in numero sempre maggiore. La processione prosegue dalla Piazza e scende alla Motta, il rione più antico del paese. Poi risale per dirigersi in via S. Caterina. Ormai si va verso mezzogiorno, la cerimonia è nel pieno del suo svolgimento. Durante ogni sosta la Statua viene adagiata su un tavolo, addobbato con 'u dummascu da devoti, i quali offrono ai portantini tipici dolci pasquali: buccunotti e cuzzupe. La gente affolla il lungo viale, non ci sono più ritardatari, ci sono proprio tutti: fedeli e curiosi, noceresi e forestieri, le strade sono intasate da una marea umana. Sul lungo viale si scorge nitida la figura della Madonna. E le croci degli acciomi ormai sono tante: ognuna corre per conto suo, s'incontrano, si sovrappongono, s'allontanano. La processione percorre via S. Caterina, fino al Calvario. Fino alla fine degli anni '60, nell'ordine processuale, subito dopo la banda, si poteva notare un lungo drappello di vurgineddre, ragazzine di 10-12 anni vestite di bianco (in genere con l'abito della Prima Comunione), una fascia nera a tracolla, la testa coperta da una tovaglia di lino che cadeva sulle spalle, in testa una leggera corona di spine adagiata sulla stessa tovaglia. Erano l'immagine del candore e dell'anima senza peccato, in lutto per la morte di Gesù. Il Calvario, alla base, è tutto inondato di sangue. Vattienti sono passati a frotte e lì si sono battuti. Consuetudine ormai consolidata. E vicino alle croci, in alto, l'impronta della rosata, col sangue che sgocciola e s'irradia come da un piccolo sole di colore rosso.
Alla sommità della collina: La Madonna ripercorre all'indietro il lungo viale, fin quasi all'inizio. Ara Vota di Ventura inizia la lunga salita verso 'i Capuccini. Strada irta, impervia, e sconnessa. Le donne cominciano la recita del Rosario che, intercalato dai canti in dialetto, durerà per tutta la fase centrale della processione. E' quasi come se si chiudesse una fase per cominciarne un'altra. Lo sforzo inumano dei portantini, costretti a terribili contorsioni, il loro fiato rotto dalla fatica, sofferenze appena sussurrate, qui la processione diventa penitenza e mortificazione. E se lo sguardo cade alle porte, al terreno e al selciato, alle strade e ai pavimenti, quanti vattienti che sono passati! Ed ecco la sommità della collina. E' l'approdo, il riposo. I nervi che si distendono. I cuori che si calmano. I respiri che si ricompongono. Alla sommità del colle, i fratelli si ristorano all'interno del vecchio Convento. Nessuna tavola imbandita, ma del buon cucinato che affiora da qualche cannistra. La Statua, adagiata fuori dal Convento su un tavolino, è avvicinata, toccata, baciata. Molti fedeli approfittano per farsi ritrarre, per una foto da conservare tra le cose preziose di ognuno.
Verso il ritorno: Poi comincia la discesa verso il paese. Nei pressi di Pizzu Cacatu ,uno sperone di roccia, l'Addolorata viene adagiata su un tavolino. Alle sue spalle viene messa la grande Croce nera. Quella che non aveva mai visto. Significa l'incontro con Suo Figlio, sul Calvario. La processione riprende, scende a valle come un fiume, ma sempre lentamente. Le donne intonano i cupi canti dialettali ( 'u liogiu du Segnure e 'a Morte de Gesù).E la discesa è come un sollievo per la fatica, tanta, che si è ormai incuneata nelle membra di tutti. Visita il sepolcro della Chiesa di S. Francesco e prosegue per la via principale dove avverrà l'ultima sosta: aru Canale. Si passa davanti alla Caserma, la Madonna si volta, si ferma, i Carabinieri rigidi sulla scalinata con le mani lungo i fianchi, qualcuno scorge nel bozzetto la Grazia Divina e la difesa degli umani. Ad un segnale convenuto, una voce intima l’ “Attenti”, la gente catturata che fa ressa a guardarli, poi la stessa voce chiama il “Riposo”: tutti si sciolgono in un applauso. Dopo il saluto, rimangono pochi metri, fino alla chiesa da dove il mattino si era partiti. Ormai è pomeriggio inoltrato. La gente si accalca davanti alla chiesa per avere un ultimo sguardo, la Statua viene adagiata su un tavolino, rivolta verso la chiesa. Ecco il sacerdote sui gradini, un tempo si affacciava dal balcone posto sul portale. E' l'ultimo atto, un grazie dal cuore, un'invocazione, un inno. Una volta si usava far venire un predicatore da fuori, spesso un monaco. Che impeto, certe parole. Che enfasi! Dopo la breve predica, è ormai giunto il momento del rientro. I fratelli rialzano la Madonna dal tavolino, la banda intona la Ione, si protendono le ultime mani, si scorgono gli ultimi sguardi, gli ultimi sommessi pianti, balenano ricordi di visi e di nomi, si cercano tra la folla volti che non appariranno mai più, se non nella nostra mente, si fa la conta di quanti eravamo, quanti siamo e quanti saremo, un altro anno è passato e un altro andrà via. L'Addolorata risale i suoi scalini, la sua nicchia l'aspetta, i fratelli sono agli ultimi sforzi, nella piazza è solo silenzio e la Ione, la Madonna entra, sparisce nel buio, la porta si chiude. E' tutto finito. L'odore acre del vino e le tracce di sangue resteranno fino alla prossima acqua. Solo l'immagine di qualche foto ricorda 'u buttigliune: un'enorme fiasca in cui venivano raccolti i liquori, in genere anice, che durante il percorso venivano offerti ai fratelli e alla Madonna per voto. La miscela di gusti ed aromi vari veniva divisa , alla fine della festa, tra tutti i portantini. Le funzioni, però, non sono ancora terminate del tutto, infatti la sera, iniziando la Veglia Pasquale, si svolge la cerimonia della benedizione del fuoco. Un braciere arde davanti alla Chiesa di San Giovanni e il sacerdote procede con il rito: benedice il fuoco, simbolo della vita, simbolo di luce, la luce di Cristo. La notte del Sabato Santo è la notte della Vita, dell'Amore, della Pace. Cristo è risorto.

contenuti tratti dal libro "Oje è vennere Santu..."
a cura di Antonio & Giovanni Mendicino

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